Mauro Francini

recensioni

Mauro Francini presenta tele di singolare valore come composizione e fattura. Nelle sue tele senza vernice tende verso il murale. Rigore, disciplina, trattamento attento della materia e sopra di questa una attuazione in curve e ritagli di un grafismo organizzato in aree limitate. Un grande tecnico, di scrupolo quasi ascetico, preoccupato con problemi che solo interessano i “Maestri”.”

MANUEL GERMANO – “PARATODOS” – Rio de Janeiro – 1956 

“Vedendo l’esposizione dei Dodici Artisti di San Paolo, ho formulato a me stesso la domanda: quali le frontiere tra l’astratto e il concreto? L’arte in fin dei conti non è che poesia, unicamente poesia…il senso murale di Francini si inscrive in questa poesia.”

MARCEL JANCO – IV BIENNALE di San Paolo  – 1957

…una controllata continenza, orientata verso il conseguimento primordiale dei valori plastici, coloristici e tattili, di raffinata essenza, si avverte nelle terse superfici di Mauro Francini.”

CORDOVA ITURBURU, critico – Buenos Aires – 1958

“La pittura di Mauro Francini realmente permette l’associazione con elementi del mondo visibile, di modo che possiamo sentirla come trasposizione di motivi di paesaggio, impressioni di città, di foreste. Questa pittura lascia viva la superficie delle tele nella loro struttura materiale, a volte cercando aspetti di murale: non la sentiamo come ricerca fanatica di modalità inedite, ma piuttosto come un legame con la parete. Questo le assicura dentro della pittura di oggi, uno spazio nuovo.”

W. PFEIFFER, docente di Storia dell’Arte presso il Museo d’Arte Moderna di San Paolo – 1958

In grandi campi ricoperti con inchiostro d’impressione, Francini marca violente macchie nere, stabilendo confronti ed equilibri di composizione, ferisce il grande campo del fondo con graffiti che fanno nuovamente emergere il bianco della carta. Disegni di straordinario potere evocativo e di spontanea originalità.”

A. LEONCIO, critico – “FOLHAS da NOITE” – San Paolo – 1959

“Nella fase attuale della sua pittura, Mauro Francini ha lasciato indietro le sue molte esperienze ed anche i portati più pericolosi di quella bravura artigianale che gli ha permesso di cogliere allori in campi diversi, primo fra i quali quello della scenografia.

Ora la sua attenzione si è concentrata sul tema del “lithos”, ricchissimo di variazioni e di imprevisti, ma capace di garantirgli una rara purezza stilistica, un approfondimento di temi poetici ed un amoroso dominio della materia.

Il mondo inorganico osservato dal di dentro, come una allusione all’ordine cosmico, come punto di riferimento dei simboli, dei miti dell’umanitá naturale, diventa organico per una specie di esaltazione epica, di virile affermazione del concreto. Tutto in questa pittura di Mauro Francini allude alla vita…è una possente immagine di verità siciliana che si trasfigura attraverso l’impeto della mano e l’acuità dello sguardo. Qui davvero astrazione è creazione.”

RUGGERO JACOBBI, scrittore, critico, attore e regista – Milano – 1962

“Mauro Francini espone per la prima volta a Milano. Ha dietro quindici  anni di lavoro: anni trascorsi tra Brasile e Francia.

A me è apparso subito chiaramente che non si tratta del solito rincorritore dell’ultima diligenza. Non è un caso, né una rivelazione. Non ha neanche da ostentare supponenti problemi, sviluppi, risoluzioni rivoluzionarie. Manca insomma di tutti quelli che sembrano essere i requisiti indispensabili a reggere un primo scontro.

La ragione è che, a un giovano come lui, di raffinata e folta cultura, di molta educazione e di un altrettanto controllo e consapevolezza critica, non sono possibili, né consentite, velleitarie esibizioni: solo gli è possibile mostrare le sue radici profonde e precise.

Quindi le esperienze culturali sono coperte e consumate. Si vede che l’America del Sud gli ha impresso l’orma magica e favolosa degli Incas, la Francia qualche preziosa essenza, ma ciò che per me conta è il battito grave e segreto che si sente dietro e dentro a queste sue radici.”

ENNIO MORLOTTI, pittore – Milano – 1962

“Mauro Francini, che alcuni intendono porre in campo astratto – evidentemente non individuandone i contenuti secondo un’espressione qualitativa di ricerca e di realizzo intellettivo, fatti trascendere da una tecnica naturale, fondata sulla singolarità non comune dell’evoluzione naturale e geologica – desta l’habitat della sua suggestione in una oggettivazione lirica che, sfiorando una tangente metafisica, rielabora la voce del creato in una sincronia immaginifica con le parole mute della pietra e del sole onde il processo estetico sia effetto di una meravigliosa causa nata ed identificata nel contenuto stesso della materia.

Siamo in presenza di una materia oggetto-soggetto attraverso cui le prospettive cromatiche sono limpida espressione non soltanto tecnica e di impasto ma, soprattutto, chiara simbiosi dell’uomo e della materia per una evoluzione artistica che propone il bello per un consumo estetico in grado di avvicinare il divenire umano a quella realtà per cui l’arte ha motivo di essere definita tale.

La scaturigine dei suoi colori sembra sorgere da un mondo di cattedrali sommerse e cristallizzate in un gioco di ombre moderate e misurate per la esaltazione non tanto dell’uomo inteso quale definizione di se stesso, quanto dall’umanità espressa in direzionale di comunione di affetti puri. 

Ceramie, pietre, lithos sacrificali, torbe e vegetali d’abisso: la omogeneità e prodigalità affettiva della pittorica di Mauro Francini iterizzano un colloquio fra uomo e creato di notevole significato culturale, oltre che un tattile scavo di materia viva.

La dimensione orizzontale si adagia sulle ascisse della sua elaborazione con una fresca immediatezza emotiva per l’osservatore che viene mutuato ad un gioco caleidoscopico di immagini ortodosse con i canoni del pennello inteso como autoidentificazione dell’anima.

Il consumo delle immagini si fa in lui immagine del consumo e la reversibilità della preposizione mutua saldamente la varietà dell’impegno al buon costume dell’anti-semplicismo aculturale, amorale e edonistico. Le sue tele propongono un punto focale di sofferta risonanza ottica, la cui magia consiste principalmente nell’implicare paralleli e accostamenti non soltanto figurativi. I suoi “lithos sacrali” – tanto per dare un esempio – richiamano la sonorità acustica del teatro di Epidauro.

Da rovine e frantumi minerali egli crea acque e cieli, basiliche e coralli, note e armonie: la sua istintività di ricezione emotiva si pigmenta di elaborazioni che potrebbero forse essere anche intese in direzione culturale, ma che, a mio giudizio, riassumono postulanze deontologiche per le quali il colore non è che un mezzo e l’effetto un’immanenza stessa sul miracolo della manifestazione più oggettiva.

Forza e robustezza espressiva, dinamica e serenante pacatezza costruttiva, anima e creta sono i costituenti da cui Mauro Francini distilla la virtù delle sue opere davanti alle quali ogni animosità disarma ed ogni incanto prende corpo.”

RENATO COLOMBO, poeta – Serravalle Sesia – 1969